Archivio mensile 8 Novembre 2019

pums

Che cos’è il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile?

Nel quarto passo verso una mobilità sostenibile vi abbiamo suggerito di partecipare alle fasi del PUMS, il piano urbano della mobilità sostenibile. Ma di cosa si tratta?

Vi abbiamo spiegato cos’è il PUMS a grandi linee: uno strumento strategico a disposizione dei Comuni. Le politiche e le misure inserite al suo interno riguardano tutti i modi e le forme di trasporto presenti nell’intero agglomerato urbano. Di fatto, parliamo di pubblici e privati, passeggeri e merci, motorizzati e non motorizzati, di circolazione e sosta.

I PUMS sono frutto delle Linee Guida elaborate in sede europea nel 2014, sotto l’ottica di una mobilità per i cittadini, la sostenibilità, la partecipazione, la condivisione e la qualità dello spazio pubblico. Si tratta di uno strumento volontario che integra il Piano Urbano del Traffico (PUT), obbligatorio e confinato all’ambito comunale. Non solo, sostituisce il Piano Urbano della Mobilità (PUM) della legge 340/2000.

Con il decreto del 4 agosto 2017 i Piani Urbani per la Mobilità Sostenibile sono diventati un obbligo per tutte le città italiane, in particolare tutte le città metropolitane ed i comuni singoli e aggregati superiori a 100.000 abitanti.

La pianificazione si riferisce ad un lasso di tempo medio-lungo (10 anni) con obiettivi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica. In particolare, ogni due anni vengono svolte attività di monitoraggio ed ogni 5 anni (almeno) necessita di aggiornamenti.

Secondo un articolo del 2017 di Anna Donati (sul sito dedicato alla Campagna “Sbilanciamoci), le fasi per la redazione ed approvazione dei PUMS sono:

  1. costituzione di un gruppo interdisciplinare di lavoro,
  2. predisposizione del quadro conoscitivo,
  3. avvio del percorso partecipato,
  4. definizione degli obiettivi,
  5. costruzione partecipata dello scenario di piano,
  6. valutazione ambientale strategica (VAS),
  7. adozione del Piano e successiva approvazione,
  8. monitoraggio.

E’ importante che le amministrazioni comunali comunichino per tempo la costituzione del gruppo di lavoro ai cittadini, che hanno il diritto di partecipare a pieno titolo alla fase di definizione degli obbiettivi.

Per scoprire le tempistiche degli incontri e del lavoro di gruppo, per chiedere informazioni, potete visitare il sito del vostro comune (se si stratta di una città metropolitana o di comune singolo – o aggregato – con più di 100.000 abitanti), all’interno del quale troverete sicuramente una sezione dedicata: per la regione Emilia-Romagna potete cliccare qui.

vivere senz'auto

“Vivere senz’auto? Non solo è possibile: è necessario” – Il Fatto Quotidiano

Vi riportiamo un interessante articolo di Linda Maggiori, blogger e scrittrice impegnata nella difesa dell’ambiente, pubblicato il 30 ottobre scorso su Il Fatto Quotidiano, a sostegno di un’idea di mobilità rivoluzionaria. Sembra impensabile affrontare una vita senza macchina, ci sono spostamenti inconcepibili in tal senso nel pensiero comune. Eppure, c’è chi è promotore di questa realtà, come Linda!
Che possano prendere esempio coloro che utilizzano soltanto il mezzo personale per recarsi da un posto ad un altro? Assolutamente si! “Disintossicarsi” sembra proprio possibile!
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Foto de Il Fatto Quotidiano, vivere senz’auto

Vivere senz’auto o con meno auto è possibile, sostenibile e necessario, anche in un’ottica di giustizia sociale e ambientale. Lo pratico e lo testimonio da tempo, suscitando interesse ma anche tante critiche e resistenze! Ovvio. In uno dei Paesi più motorizzati del mondo, vivere senz’auto è un’eresia. Eppure il gruppo “Famiglie senz’auto” nato un po’ per gioco su Facebook nel 2015 è sempre più nutrito, attivo e propositivo. Il 2 novembre ci riuniremo per un’assemblea nazionale a Roma, alla Città dell’Altra Economia, in collaborazione con Salvaiciclisti e Movimento Decrescita Felice. Per l’occasione presenteremo anche il nostro primo libro Vivo senz’auto, Macroedizioni. Oltre a trattare la mobilità sostenibile in tutte le sue declinazioni (storiche, sociali, urbanistiche…) ho voluto dar voce a tutte quelle famiglie (e single) che hanno deciso di marciare/pedalare controcorrente.

Quello che chiediamo non è eliminare le auto dalla faccia della Terra. Vogliamo meno auto, che le strade siano soprattutto per bici, pedoni e mezzi pubblici, e quelle poche auto che siano elettriche e condivise. Abbiamo portato avanti petizioni (“treni e mezzi pubblici gratuiti per bambini e ragazzi”), la campagna “Strade scolastiche” per chiedere aree car free davanti alle scuole, abbiamo organizzato viaggi studio per visitare le città senz’auto: lo scorso anno a Friburgo (Germania), quest’anno in Svizzera.

Se all’estero, nei Paesi nordeuropei, vivere senza auto è una scelta normale e diffusa, in Italia siamo a 637 auto ogni mille abitanti (compresi bambini e anziani), quindi un’auto ogni patentato. In genere due o tre auto ogni famiglia. Berna, ad esempio, è al 56% di famiglie senz’auto, in crescita costante e conta all’incirca 20 zone residenziali senza auto. E il trend sembra dilagare.

Ma da noi cosa succede? Perché il mito dell’auto sembra incrollabile? Perché circa 3400 persone ogni anno muoiono ogni anno sulla strada? Perché inquinamento, riscaldamento globale, occupazione dello spazio sono accettati con menefreghismo e indifferenza? Forse davvero, come sostiene Franco La Cecla nella prefazione al libro di Colin Ward Dopo l’automobile (Elèuthera), “il sistema delle auto è penetrato nel fondo della nostra anima, diventando ovvio. Siamo talmente abituati alle auto che non riusciamo a vederle e a capire cosa ci fanno e cosa noi gli facciamo fare”.

Nel libro ripercorro la storia della motorizzazione inItalia. Dalla retorica nazifascista tutta tesa alla motorizzazione del Paese, alla Resistenza in bici, fino al disastro urbanistico (non solo in Italia) del Dopoguerra. Con il boom economico, le città furono letteralmente svendute alle auto, le piazze ridotte a parcheggi, le autostrade dentro alle città, sventrando interi quartieri. Fu il cosiddetto “disastro urbanistico”. In quasi tutte le città furono dismessi i tram.

Ma se nel Nord Europa la protesta contro le auto e contro la “strage dei bambini” cresceva, e si formava una solida coscienza critica, in Italia l’auto era vista come simbolo di riscatto dalla povertà e gli italiani ne erano sempre più attratti. Quei pochi che contestavano il dominio dell’auto erano politicamente “fatti fuori”, come testimonia la vicenda del sindaco di Siena, Fazio Fabbrini, riportata nel libro, che fu fatto dimettere a suon di clacson per aver portato la Ztl in piazza.

Fu così che a ritmi serrati l’Italia in pochi decenni raggiunse e superò i Paesi europei come tasso di auto procapite. Complice la pubblicità, che ancora oggi deve convincere la gente dell’importanza dell’auto e sulla quale le aziende automobilistiche spendono miliardi di dollari. E allora perché non cogliere questa provocazione e provare a vivere senz’auto? O almeno disfarsi della seconda auto? Approfittiamo del “bonus mobilità” del Decreto clima per rottamare le vecchie auto e non comprarne di nuove, usando il bonus per acquistare bici o abbonamento ai mezzi pubblici e bici.