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Servizio Tutela e Risanamento Acqua, Aria e Agenti fisici: intervista a Lucia Ramponi e Marco Deserti

Servizio Tutela e Risanamento Acqua, Aria e Agenti fisici: intervista a Lucia Ramponi e Marco Deserti

Andrea Boschiero intervista Lucia Ramponi e Marco Deserti, responsabili del Servizio Tutela e Risanamento Acqua, Aria e Agenti fisici

 

 

Lo stato attuale di emergenza sanitaria ha portato a un rallentamento delle attività e degli spostamenti, che influenza hanno avuto sulla qualità dell’aria?

 

Durante il lockdown abbiamo registrato una sensibile diminuzione della concentrazione di inquinanti, soprattutto degli ossidi di azoto che sono legati ai processi di combustione, questo evidentemente correlato con il fatto che c’è stata una drastica riduzione del traffico, soprattutto automobilistico, dell’80%. Il traffico pesante è diminuito meno drasticamente ma anche quello ha registrato una riduzione sensibile.

Questo ha prodotto dei miglioramenti sulla concentrazione di polveri cosiddette sottili, PM10, che sono in parte prodotte come inquinamento secondario dalla presenza di ossidi di azoto e in parte immessi direttamente dai veicoli, soprattutto diesel.

Da maggio a giugno c’è stata una ripresa della circolazione e quindi i veicoli leggeri sono di poco al disotto dei dati abituali (-5%), mentre il traffico pesante è tornato ai livelli normali. Questo però ha coinciso con la stagione estiva durante la quale in genere le concentrazioni di PM10 sono notevolmente ridotte perché c’è una maggiore dispersione atmosferica quindi vengono maggiormente diluite le emissioni.

 

 

Come vengono monitorati i valori di concentrazione di inquinanti nell’atmosfera?

 

C’è una rete di stazioni fisse abbastanza articolata, più di 50, suddivise in 3 categorie: stazioni da traffico, di fondo urbano e di fondo rurale. Chiaramente le stazioni da traffico registrano immediatamente quelli che sono i valori legati ai flussi di veicoli in prossimità delle strade, mentre le stazioni di fondo urbano sono studiate per monitorare il cosiddetto inquinamento diffuso all’interno delle aree urbane. 

Esiste poi un’altra forma di inquinamento, ancora più diffuso, quello che si registra anche nelle aree rurali o fuori dai centri urbani, in virtù del fatto che la pianura padana è un bacino chiuso in cui tendono ad accumularsi inquinanti.

 

 

La qualità dell’aria della zona dove si abita può essere verificata accedendo al sito dell’Agenzia regionale per la prevenzione, l´ambiente e l´energia dell´Emilia-Romagna (Arpae). Dal momento che siamo sempre vicini ai limiti e che spesso vengono superati, quanto è preoccupante per un cittadino, che si collega alla piattaforma, vedere che nel suo quartiere si arriva sempre a ridosso della soglia, perlomeno dei limiti di concentrazione delle polveri sottili?

 

Essere prossimi o superiori ai limiti è una situazione che deve essere evitata e migliorata il più possibile. Noi come strutture preposte prepariamo i piani in continuo miglioramento della qualità dell’aria, cercando le misure che permettono di riportare gli inquinanti su valori inferiori ai limiti.

Lavoriamo comunque su due livelli: il primo riguarda principalmente i precursori di PM10 secondario, parliamo di ammoniaca, di ossidi di azoto, di composti organici volatili e anche di biossido di zolfo.

Poi ci sono i picchi legati a situazioni più localizzate perché i superamenti giornalieri di solito si verificano e vengono monitorati nelle stazioni da traffico.

Quindi c’è sicuramente una combinazione di fonti di inquinamento ma in ambito urbano molto, relativamente ai picchi del PM10 giornaliero, è sicuramente dovuto al traffico e direi, anche se in ambito urbano, la combustione di biomasse.

Il piano va ad agire proprio su due livelli, uno sulle concentrazioni annuali di PM10 e l’altro sui superamenti estemporanei, quindi picchi di concentrazione giornaliera legata a fonti di inquinamento per precise aree soprattutto in ambito urbano.

 

 

Il PAIR 2020 (Piano Aria Integrato Regionale) pone come obiettivo la riduzione delle polveri sottili, gli ossidi di azoto e i composti organici volatili per ridurre la popolazione esposta al rischio di superamento dei limiti consentiti di PM10 dal 64% all’1%. Questo significa che abbiamo un’esposizione veramente eccessiva al superamento di questi limiti. A che punto siamo con questo obiettivo?

 

Nel report di monitoraggio del piano vediamo che nel 2018 abbiamo una popolazione esposta di circa il 2%. Se invece andiamo al 2017 la popolazione esposta è un 25%, nel 2016 torniamo di nuovo verso il 2%.

C’è una fluttuazione piuttosto significativa perché le concentrazioni in aria di PM10, sia primario che secondario, dipendono fortemente dalle condizioni meteorologiche; un tempo invernale stabile, con poche piogge, fa l’effetto di una pentola con il coperchio, gli inquinanti rimangono concentrati al livello del terreno. Se prendiamo il monitoraggio 2018 abbiamo già raggiunto circa un 2% di popolazione esposta.

 

 

Che livello di sicurezza garantisce la soglia di concentrazione di polveri nocive? Considerando che la Pianura Padana è una delle aree più inquinate d’Europa e l’Italia è probabilmente al primo posto per morti causate dall’inquinamento, i valori limite potrebbero essere più restrittivi e chi li stabilisce? Si può essere più ambiziosi negli obiettivi di riduzione dell’inquinamento?

 

Sono stabiliti a livello europeo, poi recepiti a livello nazionale e poi attuati dalle regioni.

Però è tutto stabilito a livello europeo. A livello comunitario stanno valutando se avvicinarsi, nella nuova direttiva sulla qualità dell’aria, ai valori dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). 

Nel nuovo piano noi vorremmo porre gli scenari per verificare anche il raggiungimento degli obiettivi dell’OMS, quindi ci sarà una valutazione che va oltre i limiti di legge anche per fare una valutazione costi benefici e verificare l’attuabilità di un eventuale piano del genere.

 

 

Quindi la Regione sta adottando i valori stabiliti a livello europeo, non si è posta obiettivi più stringenti?

 

No, anche se è logico che la Regione, se il valore limite è 50, miri a ottenere il massimo risultato possibile. Il problema è che per gli ossidi di azoto la soluzione è relativamente semplice perché è un inquinante la cui fonte emissiva è circoscritta.

Mentre il 70% di PM10 è di carattere secondario, bisogna agire anche su tutti gli inquinanti precursori e quindi tutti i settori che contribuiscono alla sua formazione, dobbiamo intervenire non solo sui trasporti ma anche sull’agricoltura, sulle attività industriali. Per andare a ridurre i PM10 nel bacino Padano bisogna agire a 360 gradi su tutti i settori. Il report del lockdown fa proprio vedere questo, i settori che hanno avuto riduzioni drastiche sono stati i trasporti e parte delle attività produttive e infatti abbiamo avuto riduzioni fortissime di ossido e biossido di azoto.

Il PM10 invece, che è influenzato anche dall’ammoniaca dell’Agricoltura, che non è stata interessata dai provvedimenti del lockdown, come anche il riscaldamento domestico da biomasse che anzi è aumentato perché le persone erano in casa, non ha avuto la stessa diminuzione nonostante la forte riduzione dei trasporti.

Ma ciò non significa che agire sui trasporti non serva per ridurre l’inquinamento, vuole semplicemente dire che ci sono altri aspetti importanti oltre ai trasporti.

 

 

Quali sono i punti critici su cui si potrebbero ottenere i miglioramenti maggiori e su cui ci sarebbe più urgenza di intervenire?

 

Sicuramente sul riscaldamento domestico da biomasse. Infatti tutto il bacino padano, nell’ambito dell’accordo 2017, ha previsto misure specifiche sull’utilizzo di questi impianti domestici a biomassa imponendo una limitazione che nel resto d’Italia non c’è, proprio perché nell’ambito del bacino padano questa è una fonte emissiva molto importante soprattutto per le polveri sottili.

Questo è un messaggio difficile da comunicare perché per anni la Comunità Europea ha spinto sulle biomasse in quanto fonte di energia rinnovabile al fine di contrastare il cambiamento climatico. Solo dopo si sono resi conto che la combustione di biomasse va contro la lotta al cambiamento climatico, anzi favorisce il riscaldamento.

Un impianto a biomasse va trattato come la caldaia a metano, deve essere revisionato, controllato, deve essere molto efficiente altrimenti inquina, non ho qui il dato preciso, ma centinaia di volte più di una caldaia a metano.

Quindi è questo sicuramente un settore su cui bisogna andare ad agire, anche incentivando il ricambio di queste stufe e in ambito urbano andrebbe evitato il più possibile.

 

 

 

 

“Realizzato nell’ambito del Programma generale di intervento della Regione Emilia-Romagna con l’utilizzo dei fondi del Ministero dello sviluppo economico. Ripartizione 2018”
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Andrea Boschiero

One thought on “Servizio Tutela e Risanamento Acqua, Aria e Agenti fisici: intervista a Lucia Ramponi e Marco Deserti

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legambiente imolamedicinaPubblicato in data10:36 am - Nov 18, 2020

Sono decenni che parliamo di inquinamento, ma nulla è cambiato, anzi i fatti ci dicono che la situazione è peggiorata, quindi la causa principale sono la politica e le istituzioni che non prendono le dovute decisioni rispetto ad una corretta applicazione delle leggi (controlli!) e la mancanza di investimenti nella direzione giusta (+ ferrovie e – strade!): basta esaminare il bilancio regionale. Il resto è pura propaganda!!!!

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